Gli studenti dell’Istituto Comprensivo “Calò-Deledda-Bosco” hanno avuto l’opportunità di incontrare Rosy Paparella, già Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza per la Regione Puglia, per affrontare un tema di bruciante attualità: il bullismo e il cyberbullismo. L’incontro, lontano dall’essere una semplice lezione frontale, è stato un dialogo teso a decostruire le dinamiche di prevaricazione, mettendo al centro due pilastri della convivenza civile: il rispetto della persona e la tutela della dignità. Durante il dibattito, Rosy Paparella ha chiarito un equivoco comune: il bullismo non è mai un “gioco tra ragazzi”.
L’attenzione si è spostata sul significato profondo del verbo scherzare. Uno scherzo è tale solo se è tra pari, se avviene sullo stesso piano e, soprattutto, se fa ridere entrambi. Quando manca la reciprocità, quando l’altro non ride o quando subentra una dimensione di potere, non è più uno scherzo ma una violazione sistematica della dignità altrui. In questo contesto, la dottoressa ha lanciato una sfida provocatoria alla platea, chiedendo chi si sentisse “normale”. Il fatto che nessuno abbia alzato la mano è stato un momento importante: la consapevolezza che definire la “normalità” sia di per sé un atto non normale!
La vera ricchezza risiede proprio nell’essere tutti diversi, unici e, per questo, preziosi.
Un passaggio cruciale ha riguardato la capacità, tipicamente umana, di immaginare e scegliere. A differenza di altre specie, l’uomo può prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Questo libero arbitrio si manifesta oggi con la potenza di un “click”: la scelta di condividere un’immagine, un video o una cattiveria digitale. Paparella ha ricordato ai ragazzi che nelle loro mani risiede il potere di decidere cosa rendere virale: se il male che distrugge o il bene che costruisce. “Dietro ogni episodio di bullismo o cyberbullismo c’è la dimenticanza dell’essere umano“, è stato ribadito. La medicina contro questa deriva è l’incontro degli sguardi, l’incrocio di luci degli occhi che ci permette di riconoscere che di fronte non abbiamo un oggetto o un profilo social, ma una persona. Il bullismo è stato definito senza mezzi termini una “malattia mortale”: può uccidere l’anima e, nei casi più tragici, portare alla morte fisica di chi subisce. Una verità cruda che i ragazzi hanno percepito con estrema lucidità.
La riflessione si è poi spostata sulla figura del bullo, spesso un individuo che ha sofferto e si è adeguato a un ambiente ostile per non soccombere. Tuttavia, comprendere non significa giustificare. Chi compie tali atti deve affrontare le proprie responsabilità legali e sociali. La soluzione non è perseguitare il colpevole, ma interrompere la catena della violenza attraverso la rieducazione e la cura delle fragilità, sempre più evidenti in una generazione che tende a chiudersi al mondo.
L’evento si è concluso con un momento di grande onestà intellettuale: dopo i saluti, le classi sono rimaste a discutere e a leggere i pensieri finali scritti in forma anonima. Da questi scritti è emersa la voglia dei nostri ragazzi di essere attivi nel cogliere il dolore altrui e, soprattutto, di saper chiedere e dare aiuto.
L’impegno di docenti e alunni è ora quello di rendere la scuola un “presidio di gentilezza”. Solo attraverso l’empatia e il coraggio di non restare spettatori indifferenti è possibile sradicare un fenomeno che ferisce l’anima della comunità. Perché, in ultima analisi, il bullismo non è un segno di forza, ma la maschera di una fragilità che non sa farsi ascoltare se non attraverso il dolore altrui.
A noi, comunità educante, resta il compito più nobile: continuare a smascherare tali fragilità e curarle nel profondo, con l’auspicio che i nostri ragazzi abbiano gli strumenti per scegliere, ogni giorno, l’umanità.
Docenti
F. Pizzulli – G. Vernoia
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