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Mi Gaza es tu Gaza – Testimoni attraverso l’arte

Testimoni attraverso l’arte: l’esperienza della 3C al MUPA

L’ARTE DIVENTA TESTIMONE DI VITA: GAZA AL MUPA

Abbiamo spesso sentito al telegiornale o letto notizie su Gaza, sulle migliaia di vite innocenti perdute a causa della guerra: bambini, giovani, anziani. Tuttavia, assistere a una mostra, osservare quadri e fotografie che “parlano con gli occhi”, quasi implorando aiuto, è un’esperienza che rimane dentro, in un modo che le sole parole non riescono a spiegare.

Questa è stata la mia esperienza odierna, 4 febbraio, al MUPA di Ginosa, insieme ai miei compagni di classe e ai professori Sileo e Caccetta. Un’esperienza profondamente toccante che ancora oggi mi porta a rivedere nella mente le immagini viste alla mostra: gli occhi dei bambini, i loro sguardi, la fatica e le difficoltà della vita quotidiana.

La mostra era composta da tre sezioni distinte. Abbiamo iniziato con quella dedicata a Gennaro Giudetti, operatore umanitario di Taranto. Oltre a diciannove sue fotografie scattate a Gaza durante il suo intervento, abbiamo visto un video che lo ritraeva mentre prestava soccorso via mare agli immigrati, situazioni in cui purtroppo si è costretti a compiere scelte strazianti. Le sue foto non sono scatti da turista o da osservatore esterno, ma rappresentano situazioni che lui stesso ha visto e vissuto. Sono immagini realizzate con lo scopo di comunicare un messaggio, di stimolare chi le guarda a riflettere e a cercare di comprendere la realtà e le persone ritratte.

La seconda parte della mostra era dedicata ai disegni dei bambini di Gaza. Nel 2024, Mohammed Timraz, proprietario di un bar a Gaza, ha pensato di regalare ai bambini momenti di spensieratezza attraverso il disegno, creando l’organizzazione “Heart of Gaza”. Con l’aiuto di un’artista irlandese, questi disegni hanno iniziato a viaggiare verso altre nazioni e in tutto il mondo. 

Ogni disegno era accompagnato dalla foto del bambino che l’aveva realizzato e dalla descrizione dell’opera. Molti bambini hanno disegnato fiori e arcobaleni. La straordinarietà di questi disegni risiede nella loro capacità di portare colore e speranza anche in contesti così difficili, dimostrando quanto sia forte la voglia di vivere e sognare, specialmente nei più piccoli.

Infine, nella terza sezione, abbiamo osservato le commoventi fotografie di Fadi Thabet, presentandoci la quotidianità di Gaza. Nei volti si leggeva la disperazione di chi non ha più nulla da mangiare ma anche i sorrisi innocenti dei bambini circondati dalla distruzione. I bambini mantengono sempre una purezza e una capacità di trovare gioia anche quando è difficile trovarla. E’ come se nonostante tutto, una parte di loro rimanesse intatta e luminosa. E’ ingiusto che i bambini debbano affrontare e vivere tali orrori. 

Questa mostra mi ha offerto l’opportunità di vedere e comprendere l’incredibile forza d’animo del popolo di Gaza. Invece di concentrarsi esclusivamente sulla guerra o sulla sofferenza, le immagini hanno saputo mostrarci la vita che continua, la capacità di amare, creare, sognare e resistere anche nelle circostanze più estreme.

Giuseppe D’Alconzo 3C

Un viaggio necessario

Visitare la mostra Mi casa es tu Gaza; presso il Mupa di Ginosa è stata un’esperienza affascinante e profondamente toccante, un viaggio necessario attraverso i video, le foto e i disegni realizzati dai bambini che vivono in quel contesto così difficile. L’esposizione riesce a

creare un legame intimo tra l’osservatore e il vissuto di chi, nonostante tutto, cerca nell’arte un modo per narrare la propria realtà. Tra tutte le opere esposte, quella che mi ha colpito più profondamente è la fotografia di Fadi A. Thabet, un’immagine di una potenza emotiva travolgente. Al centro della composizione, una figura grida con tutta la forza che ha in corpo, circondata da mani che sollevano pentole vuote come se fossero richieste d’aiuto rivolte al cielo. È un’immagine che trasuda una disperazione palpabile, dove il contrasto tra i colori vivaci degli abiti e il grigiore del metallo vuoto sottolinea la drammatica urgenza dei bisogni primari. Quell’urlo a occhi chiusi non è solo il dolore di un singolo, ma il simbolo di una lotta quotidiana per la dignità e la sopravvivenza che non può lasciare indifferenti. Questa fotografia, più di ogni altra cosa, mi ha fatto sentire il peso di una sofferenza che le parole spesso non riescono a spiegare, ricordandomi quanto sia prezioso e fragile il concetto di “casa”. 

Vincenzo Donno 3C

 

Il giorno 4 febbraio, mi sono recata insieme alla mia classe al Mupa per visitare la mostra intitolata “mi gaza ed tu gaza”. Entrando nella mostra mi sono sentita subito confusa e ho provato un forte senso di ingiustizia, perché fin da subito si capiva che il tema trattato era molto serio e doloroso. Durante la visita ci sono stati mostrati alcuni video. In uno di questi veniva raccontata la storia di Gennaro Giudetti, un operatore umanitario che aiuta e soprattutto salva le persone nei luoghi colpiti dalla guerra. Ha partecipato a molte missioni di salvataggio e prende parte a conferenze pubbliche e istituzionali per spiegare l’importanza del diritto umanitario internazionale e della protezione delle popolazioni civili nei conflitti armati. La sua testimonianza mi ha fatto capire quanto sia importante aiutare gli altri e difendere i diritti delle persone più deboli. In un altro video venivano mostrate delle interviste fatte a bambini di altri paesi, ai quali veniva chiesto cosa pensassero di quello che sta succedendo a Gaza. Le loro risposte mi hanno colpito perché, anche non vivendo direttamente la guerra, ed essendo piccoli, riuscivano comunque a esprimere empatia, tristezza e sofferenza verso ciò che stanno vivendo altri bambini nel mondo. Successivamente abbiamo visitato le diverse stanze della mostra, nelle quali erano esposte molte fotografie e disegni realizzati dai bambini. Questi disegni mi hanno colpito particolarmente perché, anche se fatti da bambini, esprimevano emozioni forti come paura e sofferenza, che nessun bambino dovrebbe provare. La parte che mi ha colpita di più è stata l’ultima stanza, dove erano appesi molti fogli con scritti i nomi delle persone decedute e la loro età. Vederli tutti insieme mi ha fatto capire quanto siano grandi le perdite causate dalla guerra. Al centro della stanza c’era una bandiera e dei fiori, che secondo me rappresentava il ricordo, il rispetto e il dolore per tutti quelle persone che non ci sono più. Questo momento mi ha fatto provare una forte tristezza e mi ha fatto riflettere molto. Questa mostra mi ha fatto capire che dietro alle notizie che sentiamo ogni giorno ci sono persone reali, soprattutto bambini innocenti. Mi ha fatto riflettere sull’importanza della pace, della solidarietà e del non restare indifferenti davanti alle ingiustizie. Uscendo dalla mostra mi sono sentita triste, ma anche più consapevole.

Ginevra D’Alconzo 3C

 

Mi Gaza es tu Gaza

Il giorno 4 febbraio io e i miei compagni di classe siamo andati a vedere una mostra dedicata a Gaza, e alla guerra. Quando siamo arrivati abbiamo visto un video di Gennaro Giudetti, in cui si parlava della sua esperienza da operatore umanitario che si occupa di migrazioni e difesa dei diritti umani nelle zone di conflitto. Poi abbiamo visto dei quadri, che rappresentavano delle foto scattate durante la guerra, si vedevano città distrutte, ragazzini in lacrime, volti spenti. Dopo abbiamo visto altri due video interviste a dei bambini, che parlavano e esprimevano la loro opinione sulla guerra, quei video mi hanno fatto gelare il sangue, mi hanno fatto versare tante lacrime, pensare che dei bambini, che a malapena sanno cos’è la guerra, chiedano agli adulti, che dovrebbero avere più cervello, di fare pace. E lì in quelle sale, abbiamo osservato dei disegni di bambini, che andavano circa dai 3 ai 17 anni. Il disegno che ho amato di più è stato uno che rappresentava una macchina, con tanti carri armati intorno, la guida ci ha spiegato che è una storia molto delicata, stavano morendo, chiusi in macchina, e i soccorritori chiamarono addirittura i soldati, per chiedere se potessero salvare la bambina, nella macchina, i soldati dissero sì, appena arrivarono i soccorsi, i soldati trivellarono di colpi anche le ambulanze con i soccorritori, è una storia davvero triste, non riesco a spiegarmi perché nel mondo ci sia tanta cattiveria. Poi siamo entrati nell’ultima stanza, la più bella ma allo stesso tempo la peggiore. Era una piccola stanza, al centro, la bandiera della Palestina e un papavero, a un lato, dei giochi per bambini,  quei bambini ormai in cielo avrebbero potuto giocare, spensierati, se non fosse successa questa cosa orribile, e appesi al soffitto un sacco di foglietti, con dei nomi, con sotto le età di quando sono morti, ogni foglietto mi faceva più impressione, soprattutto quelli con scritto “p m” cioè pochi mesi. Posso dire che questa mostra è stata la più bella e la più significativa.

Gioia De Stena 3C

 

Nel cuore del centro storico di Ginosa, le sale del MuPa ospitano un percorso che accorcia le distanze geografiche per farsi spazio nell’anima: la mostra “Mi Gaza es tu Gaza”. L’esposizione non è solo una rassegna fotografica, ma un atto di fratellanza che intreccia il destino della terra palestinese con la sensibilità locale. Tra le pareti cariche di storia del museo, gli scatti raccontano una quotidianità sospesa tra le macerie e la resistenza, dove la dignità umana emerge intatta nonostante l’assedio. Visitare la mostra oggi significa immergersi in un contrasto potente tra la bellezza dei volti e la durezza dei contesti, trasformando il visitatore da spettatore a testimone. “Mi Gaza es tu Gaza” trasforma così il MuPa in un presidio di pace, ricordandoci che ogni casa distrutta altrove è, in fondo, una ferita alla nostra comune umanità. Un’esperienza necessaria per chi crede che l’arte debba ancora avere il coraggio di interrogare le coscienze.

Alessandro Papapietro 3C

 

La mostra “mi Gaza es tu Gaza” visitata con la mia classe, è stata molto emozionante e ha fatto scaturire molte emozioni in ognuno di noi. Nella prima sala ci ha accolti una signora, lei ci ha fatto vedere un video su Gennaro Giudetti, lui è di Taranto ed è un volontario che aiuta grandi e piccoli in guerra o in situazioni di naufragio. Nel video c’è stata una scena che mi ha fatto emozionare molto, mi ha fatto riflettere su quanto qualcuno possa essere importante nei momenti difficili, una signora suppongo che fosse di origini Africane stava annegando in mare, era quasi in fin di vita, ma Gennaro la afferó dall’acqua e la salvó. Dopo un po’ di anni lui la andò a trovare in Germania e gli mostrò suo figlio, lo chiamò Gennaro come simbolo di riconoscimento. Nelle altre sale si vedevano dei disegni fatti da bambini palestinesi, un disegno mi ha colpito maggiormente: una bambina di 3 anni, aveva disegnato una torta al cioccolato e arancia, era la torta che avrebbe voluto per il suo compleanno se non ci sarebbe stata la guerra, ciò mi fa capire che è una situazione talmente tanto brutta che anche i bambini piccolissimi sono riusciti a capire la gravità di ciò che stava accadendo. Nell’ultima stanza, quella che mi ha colpito più profondamente, sopra il soffitto erano appesi i nomi di tutte le vittime della guerra in Palestina. Erano nomi di bambini che non arrivavano nemmeno ai tredici anni, molti non superavano i dodici, e alcuni riportavano accanto la sigla P.M., a simboleggiare “pochi mesi”: vite spezzate quando erano ancora piccolissime. Quei fogli con i nomi e l’età in cui erano morti non erano semplici fogli di carta, ma testimonianze silenziose di un dolore immenso, impossibile da ignorare. In un angolo della stanza c’erano dei giochi, messi lì come simbolo di ciò che quei bambini avrebbero voluto fare: giocare, ridere, vivere la loro infanzia. Giochi semplici, ma che per loro avrebbero potuto significare tutto, perché rappresentavano una normalità che non hanno mai avuto il tempo di conoscere. Sulla parete, infine, c’era uno spazio con della terra, una bandiera della Palestina e un papavero rosso, simbolo di quel popolo e del sangue versato. Davanti a quella scena ho provato un’emozione fortissima: ho capito che dietro ai numeri, alle notizie e alle guerre ci sono persone vere, bambini innocenti a cui è stato tolto il diritto più importante, quello di crescere. Uscendo da quella stanza non ero più la stessa persona, perché certe immagini non si dimenticano: restano dentro e ti insegnano quanto sia fragile la vita e quanto sia ingiusto il mondo quando colpisce chi non ha colpe.

Ilaria Lacaita 3C

 

MOSTRA AL MUPA: mi gaza es tu gaza.

Finita la mostra le mie emozioni non le so spiegare, provo rabbia per quello che stasuccedendo a grandi e piccoli, bambini che non possono giocare, non possono ascoltare la musica per colpa del suono e il rimbombo delle bombe che perseguitano tutti, ci hanno mostrato video, foto e dei disegni fatti da i bimbi quei disegni mi hanno fatto rabbrividire, soprattutto una frase detta da una bambina: Mi manca la mia splendida casa, circondata da rose e alberi come fedeli guardiani, che diffondevano i profumi più belli e profumati. Ogni angolo era pieno di vita e ogni fiore raccontava una storia di ricordi. Ogni mattina, la brezza portava il profumo dei fiori alle nostre finestre, riempiendo i nostri cuori di gioia e nostalgia. La mia casa non era solo un luogo, era un rifugio per l’anima, dove si poteva trovare pace e bellezza in ogni angolo. Iman è stata sfollata dal nord. La sua casa è stata parzialmente distrutta. Leggere queste parole da una bambina di solo 6 anni mi ha fatto ripensare a cosa siano i problemi della vita, leggere che le loro case siano state distrutte da degli essere umani mi fa male, pesare che quelle persone siano state uccise da altre persone come loro con una famiglia, una casa e un piatto caldo che gli aspetta.

Thaissa Lombardi 3C

 

Visitare la mostra “Mi Gaza es tu Gaza” al Mupa non è stato semplicemente vedere delle opere, ma sentire addosso il peso di vite che non abbiamo mai conosciuto e che, forse, il mondo ha già dimenticato. Ogni stanza sembrava chiedere silenzio, rispetto, attenzione. non quella distratta con cui spesso guardiamo le notizie, ma uno sguardo che resta, che fa male, che non scappa.

Quello che colpisce di più è la presenza dei bambini, nei disegni, nelle fotografie, nei giochi, nei nomi. bambini che raccontano la guerra senza parole difficili, ma con immagini semplici e terribili allo stesso tempo. Disegni che non parlano di mostri immaginari, ma di bombardamenti reali, giochi che dovrebbero essere simbolo di spensieratezza e che invece diventano simboli di assenze, oggetti rimasti, mentre chi doveva usarli non c’è più.

La mostra riesce a far capire una cosa fondamentale, Gaza non è solo un luogo, è una ferita aperta. dietro ogni immagine non c’è una statistica, ma una vita vera, una famiglia, un futuro che non ha avuto il tempo di esistere. Davanti a tutto questo ci si sente piccoli, impotenti, ma anche responsabili, perché l’indifferenza è una forma di violenza silenziosa.

Uscendo da questa esperienza, non si può restare uguali a prima. rimane una sensazione difficile da spiegare, un misto di dolore, rabbia e tristezza. rimane soprattutto una domanda che pesa più di tutte: come è possibile che il mondo permetta che l’infanzia venga spezzata così? questa mostra non chiede soluzioni immediate, ma chiede di non dimenticare, di non girarsi dall’altra parte, di continuare a guardare anche quando fa male. perché ricordare queste vite è forse l’unico modo per restituire loro un briciolo di dignità.

Serena Losavio 3C

 

Mi Gaza es tu Gaza.

Il giorno 4 febbraio, alle ore 11:00, noi della classe 3C abbiamo avuto la possibilità di visitare la mostra del MUPA Mi Gaza es tu Gaza. Le immagini che abbiamo visto sono state forti, dure, difficili da guardare senza provare qualcosa. Non erano semplici fotografie: raccontavano dolore, paura, distruzione, ma anche umanità. Guardandole ci siamo resi conto che dietro ogni guerra ci sono persone reali, famiglie, bambini, vite spezzate. Questa mostra ci ha costretto a riflettere, a fermarci, a non restare indifferenti. Ciha fatto capire che ciò che accade lontano da noi, in realtà, ci riguarda tutti.Ogni scatto racconta una storia fatta di volti segnati, di sguardi persi, di macerie che un tempo erano case, rifugi, luoghi di quotidianità. Dietro quelle immagini c’erano persone reali: famiglie distrutte, bambini privati dell’infanzia, genitori costretti a proteggere i propri figli in un mondo che sembra averli dimenticati. Guardando quelle fotografie abbiamo capito che la guerra non è qualcosa di lontano o astratto, ma una realtà concreta che spezza vite, sogni e speranze. La parte che mi ha toccato più profondamente è stata la sala finale. Appena entrati, sembrava che l’aria fosse più pesante e che il silenzio parlasse da solo. In un angolo c’era la bandiera della Palestina, con sotto un papavero, fragile ma pieno di significato, come a ricordare tutte le vite spezzate e il dovere della memoria. Poco distante c’erano dei giochi: piccoli, semplici, ma strazianti. Sul muro una frase colpiva come un pugno nello stomaco: “Restate, leggete, non abbassate gli sguardi, ogni nome era un futuro”. Era impossibile ignorarla. Dai fili pendevano tanti fogli con nomi ed età, uno dopo l’altro. Leggerli faceva male, perché dietro ogni nome c’era una vita, una storia, una possibilità cancellata. Erano già tantissimi, eppure sapevamo che non bastavano a raccontare davvero l’immensità della tragedia. In quel momento ho provato un senso di impotenza, ma anche di responsabilità: quella di non dimenticare, di non voltarmi dall’altra parte, di continuare a guardare e a sentire. Perché abbassare lo sguardo significherebbe accettare il silenzio, e il silenzio è una seconda perdita.

Ionela Racheriu 3C

 

Mi Gaza Es Tu Gaza”: la 3C visita la mostra su Gaza al MUPA

​GINOSA – Il 4 febbraio scorso, alle ore 11:00, noi studenti della classe 3C abbiamo vissuto un’esperienza di profonda riflessione presso il MUPA, visitando la mostra “Mi Gaza es tu Gaza”. Attraverso foto, video e disegni, l’esposizione ha trasformato la cronaca di guerra in una narrazione umana e vicina, vista soprattutto con gli occhi dei bambini.

​A colpire maggiormente gli studenti sono state le fotografie di Fadi A. Thabet: una serie di immagini travolgenti in cui viene figurato l’orrore, le macerie e le urla di aiuto degli sfollati. Il contrasto tra i colori accesi degli abiti e il grigio delle macerie diventa il simbolo di una lotta disperata per la dignità e la sopravvivenza, ricordando quanto sia fragile il diritto di sentirsi a casa.

​Il percorso si è concluso nella sala finale, dove il silenzio si è fatto pesante. Tra una bandiera palestinese, un papavero in memoria delle vittime e alcuni giocattoli abbandonati, una frase sul muro ha agito come un grido nel silenzio: ​“Restate, leggete, non abbassate gli sguardi, ogni nome era un futuro”.

​Osservando i fili da cui pendevano i nomi e le età di tantissime vite spezzate, siamo rimasti impressionati dalle tante vite spezzate dal conflitto, comprendendo che la guerra non è un concetto astratto, ma una tragedia reale che distrugge sogni e possibilità. La visita ha lasciato in tutti un forte senso di responsabilità: quella di non restare indifferenti, perché abbassare lo sguardo significherebbe accettare che quel silenzio diventi una definitiva perdita di umanità.

Daniele Tataranno 3C 

 

Il giorno 4 Febbraio con la classe siamo andati al Mupa a vedere la mostra “Mi Gaza es tu Gaza”, è un percorso che colpisce profondamente chi la visita. Attraverso fotografie e disegni l’esposizione racconta la vita quotidiana a Gaza, andando oltre le notizie e mostrando il lato umano del conflitto. La parte più intensa è quella dedicata ai bambini, i loro disegni esprimono paure, sogni e desideri che appartengono a ogni infanzia ma che sono segnati dalla guerra. Case, cieli, giochi e momenti di felicità si mescolano a immagini di distruzione creando un forte contrasto che invita a riflettere. Questa mostra fa pensare a quanto sia difficile crescere in un posto di violenza e insicurezza ma allo stesso tempo mostra la forza dei bambini capaci di comunicare speranza anche nelle situazioni più dure. Mi Gaza es tu Gaza ci ricorda che dietro ogni conflitto ci sono persone reali e che il dolore dei bambini non dovrebbe mai essere ignorato.

Sofia Manicone 3C

 

Il giorno 4 Febbraio siamo andati al MUPA a vedere una mostra: Gaza es tu Gaza. È stata una mostra molto forte e un po’ triste. Ci hanno fatto vedere anche un video dove c’erano dei bambini che dicevano che gli adulti ci hanno insegnato a fare la pace, però adesso sono gli adulti che fanno la guerra.

Questa cosa mi ha fatto pensare molto, ed ho pensato che non è giusto che i bambini soffrano per colpa delle guerre. Secondo me dovremmo ascoltare di più quello che dicono i bambini.

Gabriel Mascellaro 3C

Cos’è che ha spinto l’uomo ad agire con brutalità in un passato non così lontano? E cosa lo  spinge ancora oggi? Una delle cause è l’indifferenza, che cresce piano nella nostra società. È  facile pensare che ciò che succede lontano da noi non ci riguardi, che non sia “affar nostro”. Ma questa non è una riflessione sul passato: riguarda anche il presente. Basta guardare a ciò che  accade a Gaza, o in tanti altri luoghi dove violenza e sofferenza sono diventate normali. Ogni  volta che accettiamo tutto questo come inevitabile, senza reagire, finiamo per renderlo ancora  più normale. La storia ci insegna quanto sia pericoloso non prendere posizione. Ci sono stati soldati che  hanno fatto cose terribili solo perché “obbedivano agli ordini”, perché nessuno intorno a loro  diceva di no, perché la società li aveva convinti che non avevano scelta. Quando smettiamo di  farci domande e rinunciamo alla nostra responsabilità, il male trova spazio per crescere. È  successo ieri e può succedere anche oggi. 

Se continuiamo a vedere la società come una macchina che deve solo andare avanti, senza  sentirci parte di ciò che accade, rischiamo di perdere la nostra umanità. Diventiamo spettatori  passivi, incapaci di provare empatia o di reagire. Una società che non si sente coinvolta scivola  verso la rassegnazione e la crudeltà. La domanda allora è: dove finiremo se continuiamo così? Cosa diventeremo se la sofferenza degli  altri resterà solo un rumore lontano? Una comunità che smette di sentire è una comunità che  smette di vivere. Forse dobbiamo ricominciare da qui: dal sentirci parte di un destino comune. Perché ciò che  accade “lontano” non è mai davvero lontano. Riguarda anche noi, il mondo in cui viviamo e quello  che lasceremo a chi verrà dopo.

Irene Carone 3C

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