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MABASTA, un movimento creato dagli studenti per gli studenti

Incontro con l’Associazione MABASTA, fermiamo il bullismo

Utente TAIC82600L-psc

da Taic82600l-psc

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Tutto è iniziato in una classe normale, proprio come la nostra, a Lecce. Era il 2016 e un professore ha portato in aula un ritaglio di giornale che ha gelato il sangue a tutti: parlava di una ragazza che, sfinita dai bulli, aveva cercato di togliersi la vita perché non ce la faceva più. Quella storia non è rimasta solo sulla carta; ha colpito i ragazzi nello stomaco e li ha spinti a fare qualcosa di concreto. È nato così MABASTA, un movimento creato dagli studenti per gli studenti, che oggi è diventato un protocollo seguito in tutta Italia. 

L’idea alla base è semplice ma potente: il bullismo non è un gioco e non riguarda mai solo due persone. Quando succede qualcosa di brutto in corridoio o in chat, ci sono tre protagonisti, e tutti finiscono per perdere. C’è la vittima, che si sente sola e distrutta, circondata da genitori e amici che soffrono con lei e che, nei casi più disperati, arrivano a perdere un figlio o un fratello. C’è il bullo, che spesso non capisce che la sua “fama” è finta e che rischia di finire in carcere o di rovinarsi il futuro, portando dolore anche alla propria famiglia. E poi ci siamo noi, gli spettatori. Spesso la classe vede tutto ma sta zitta per paura o per non fare la figura della “spia”. Questo silenzio si chiama omertà, ed è proprio ciò che dà forza al bullo. Il movimento MABASTA ci insegna che non servono i superpoteri per cambiare le cose: basta la parola. Usare la voce per difendere chi ha paura non significa tradire qualcuno, ma diventare degli “Eroi” della vita reale. Parlare significa rompere il muro dell’indifferenza e tenere una mano a chi sta annegando nel dolore. In fondo, la scuola dovrebbe essere un posto dove sentirsi al sicuro, e l’unico modo per renderla così è decidere, tutti insieme, che quando qualcuno esagera, noi diciamo “Basta”. Perché se siamo uniti, il bullo resta solo, e nessuno deve più avere paura di venire in classe.

ANDREA DIVITOFRANCESCO 3 ^ C

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Il 17 marzo la nostra scuola ha ospitato un incontro di fondamentale importanza: alcuni ragazzi sono venuti a parlarci di bullismo e cyberbullismo, portandoci la testimonianza dell’associazione “MABASTA”. È stato un dialogo tra coetanei che ha toccato corde profonde, ricordandoci che il cambiamento parte sempre dai banchi di scuola. Tutto ha avuto inizio nel 2016 in un istituto di Lecce, quando un professore fece leggere alla sua classe una notizia di cronaca sconvolgente: una ragazza aveva tentato il suicidio perché sfinita dalle continue vessazioni subite. Da quel momento, quegli studenti hanno deciso di non restare più a guardare, trasformandosi in veri e propri “eroi” della parola. Hanno capito che il silenzio è il miglior amico del bullismo e che, rompendo l’omertà, si può tendere una mano a chi vive nel terrore. Durante l’incontro abbiamo riflettuto su come il bullismo non colpisca solo la vittima, ma distrugga intere famiglie. Allo stesso tempo, si è parlato della figura del bullo, spesso destinato a un futuro di isolamento o addirittura al carcere se non viene fermato e aiutato a cambiare rotta. Il ruolo più critico, però, è quello degli spettatori: la classe che vede e non parla. È proprio su questo “muro di gomma” che l’associazione interviene con forza. Per passare all’azione, MABASTA propone un protocollo concreto in sei punti. Si parte dalla nomina di un “Maba-Prof”, un docente di riferimento per ogni classe, e dall’utilizzo del “Maba-Test”, un questionario anonimo per far emergere situazioni critiche. Fondamentale è poi la figura dei “Bulliziotti” e delle “Bulliziotte”, studenti che vigilano sui compagni, supportati dalla “Bullibox”, una scatola dove chiunque può lasciare segnalazioni in segreto. Non manca l’attenzione al mondo digitale con il “DAD” (Digital Antibullying Desk), uno sportello per contrastare il cyberbullismo. L’obiettivo finale è arrivare ad avere “Classi Debullizzate”. La mattinata di oggi ci ha lasciato una consapevolezza nuova: non serve essere speciali per fermare un sopruso, basta avere il coraggio di usare la propria voce. Grazie a MABASTA abbiamo capito che la scuola può e deve essere un luogo dove tutti si sentono al sicuro. 

Sofia Manicone 3 C