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Kenya-Africa: racconto di un popolo

di Sofia Manicone 3C Sc. Sec. I gr

Oggi abbiamo partecipato a un incontro in classe con Antonio Ligorio, giornalista radiofonico e Gabriele Colucci dell’Associazione “La Manovella”. Gabriele è un musicista e missionario laico, è stato in Kenya una dozzina di volte. Ci hanno salutato nella lingua che parlano a Nairobi e dal video realizzato da un loro amico fotografo ci hanno mostrato e spiegato la realtà di una baraccopoli che Gabriele ha visitato già tre volte: lo slum di Mathare. L’associazione si occupa della scolarizzazione, ma lì anche la scuola materna è un lusso e le scuole sono a pagamento, non tutti possono permettersi di andarci. Il video ci ha mostrato l’intero viaggio, vista dall’alto la baraccopoli di Mathare rivela tutta la sua estensione: conta oltre 500.000 abitanti. Qui manca l’acqua potabile e le persone sono costrette a prenderla direttamente dal fiume. L’attività principale per sopravvivere è andare a rovistare nelle grandi discariche in cerca di qualcosa da recuperare o riciclare, un lavoro che i bambini sono costretti a fare tutti i giorni. A causa delle continue catastrofi molte baracche crollano, e non appena fa caldo i ragazzi per rinfrescarsi si tuffano nello stesso fiume in cui vengono buttati tutti i liquami. Gli incendi si alimentano dal nulla e distruggono le abitazioni, alcune delle quali sono riparate alla meglio con pezzi di vestiti e stracci. Non esiste un sistema sanitario. Pochi giorni fa, i volontari hanno parlato con la mamma di una bambina che seguono e hanno notato un’altra bambina con una grave infezione agli occhi; purtroppo, moltissimi bambini muoiono per malattie molto aggressive. Lì ci sono anche i bambini che si drogano con la plastica per far passare la sensazione della fame. Spesso noi usiamo la frase “sto morendo di fame” senza conoscere il vero significato e la gravità di queste parole. A Watamu è nata una scuola italiana, la “Roxan School” dove i bambini vanno, studiano e hanno a disposizione una mensa. Ci sono parecchie classi e i volontari hanno fatto un’intervista ad Alessandra: ci hanno spiegato che senza il nostro aiuto non ci sarebbe nulla di tutto ciò. Bisogna dare una mano per sostenere quasi 340 bambini; farlo con costanza è difficile ma con l’aiuto di tutti anche con poco si può fare la differenza attraverso progetti come “L’isola che non c’è”. L’incontro ci ha permesso anche di scoprire la ricchezza culturale del luogo. Ci hanno mostrato immagini scattate da un ragazzo nato e cresciuto nella baraccopoli e ci hanno raccontato delle 60 lingue parlate in una nazione che è grande tre volte l’Italia. Abbiamo imparato espressioni in swahili come Hakuna Matata e parole come Jambo, Harambee, Gani e Mzuri sana. Ci hanno raccontato dei guerrieri che si allontanano da casa per mesi insieme agli animali, nutrendosi di latte e salassando il vitello per berne il sangue senza ucciderlo. La cosa più dolorosa riguarda la disabilità, lì avere un bambino con disabilità significa essere completamente soli perché nessuno ti apprezza. perché la disabilità non viene accettata. I ragazzi si fanno delle scarificazioni, si fanno dei “tatuaggi” con segni e tagli sulla pelle che rappresentano la loro vita e la loro sofferenza. Gabriele ci ha anche mostrato uno strumento musicale, a testimonianza di come l’arte e la musica rimangano vie di speranza anche dove sembra non esserci nulla.

L’incontro con Antonio e Gabriele mi ha aperto gli occhi su una realtà che non immaginavo: a Mathare in Kenya dove più di 500.000 persone vivono ammassate tra le lamiere. Questo racconto mi ha fatto capire quanto siamo fortunati, spesso usiamo l’espressione “sto morendo di fame” per scherzo ma lì la fame è così reale che i bambini sniffano la plastica bruciata per non sentirla. In quel posto manca tutto: l’acqua si prende da un fiume sporco di liquami e le baracche fatte di stracci bruciano facilmente. A Mathare i diritti fondamentali sono un lusso, la scuola e le cure mediche si pagano e chi ha una disabilità viene isolato e abbandonato a se stesso. I ragazzi portano i segni di questa sofferenza persino sulla pelle attraverso tagli e cicatrici rituali. Ma grazie ai progetti dei volontari come la “Roxan School” tanti bambini ricevono cibo e istruzione e tornano a sorridere giocando insieme. Questo incontro mi lascia un insegnamento importante: di fronte a ingiustizie così grandi non possiamo far finta di nulla. Sostenere questi bambini è difficile, ma se ognuno di noi fa la sua parte anche con pochissimo può cambiare davvero la vita di qualcuno.

Sofia Manicone 3^ C