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Il suono di un tamburo del Kenya che è entrato nel cuore

di Ionela Cristiana Racheriu 3C Sc. Sec. I gr

Oggi, 16 maggio 2026, noi della classe Terza C abbiamo vissuto qualcosa che, molto probabilmente, non dimenticheremo mai. Non è stato il solito incontro a scuola, ma uno di quei momenti che all’inizio non capisci bene e solo dopo ti rendi conto che ti ha cambiata dentro. Ad incontrarci sono stati Antonio Ligorio e Gabriele Colucci, volontari di un’associazione che aiuta bambini e famiglie delle baraccopoli di Nairobi, in Kenya. Appena sono entrati in classe è successo qualcosa di strano: non c’era più il solito rumore, le risatine, le distrazioni. È calato un silenzio vero, quasi pesante, ma non brutto. Era un silenzio di rispetto, come se senza dircelo avessimo capito che stavamo per ascoltare qualcosa di importante davvero. Poi sono iniziate le immagini. E lì è cambiato tutto. Baracche di lamiera, strade di fango, rifiuti ovunque, bambini scalzi che giocano accanto a un’acqua sporca. Un’acqua che per noi sarebbe impossibile anche solo immaginare di bere, ma che lì è vita quotidiana. In quel momento ho sentito una cosa difficile da spiegare: non era solo tristezza. Era come se mi si fosse aperto uno spazio dentro, una specie di vuoto pieno di domande. E la prima cosa che ho pensato è stata: “noi quanto siamo fortunati senza nemmeno accorgercene?” Ci hanno raccontato la vita nelle baraccopoli e, mentre ascoltavo, mi sembrava quasi irreale. Bambini che non hanno giochi, che non sanno cosa significa avere sempre cibo, che crescono in fretta perché non possono permettersi di restare piccoli. Alcuni non vanno a scuola, altri lavorano già da bambini per aiutare la famiglia. Eppure, dentro tutto questo, la cosa che mi ha colpita di più è stata una sola: quei bambini sorridono. E non un sorriso “da foto” o finto, ma un sorriso vero, spontaneo, che nonostante tutto resiste e ti rimane dentro anche quando smetti di guardarli.

Tra i racconti è venuta fuori anche una cosa che mi ha fatto pensare tanto: la difficoltà di essere accettati quando si è diversi. In quei contesti la disabilità non viene sempre accolta facilmente. A volte viene nascosta, a volte ignorata, non per mancanza di amore ma perché mancano proprio le condizioni minime per prendersi cura di tutti allo stesso modo. E questa cosa mi ha fatto male, perché mi ha fatto capire quanto noi diamo per scontato il semplice fatto di poter essere noi stesse, di essere accolte, di non dover dimostrare nulla per essere accettate. In quel momento mi sono sentita davvero piccola, ma non in senso negativo: piccola davanti a qualcosa di enorme, che ti obbliga a guardare il mondo in modo diverso. Poi è arrivato il momento che non dimenticherò mai. Gabriele Colucci ha preso in mano il Djembe, un tamburo africano, e quando ha iniziato a suonarlo il suono non era solo un suono: era qualcosa che sentivi dentro il petto, come un battito che non era solo suo ma di tutta la classe. In quel ritmo c’era dentro tutto: fatica, dolore, forza, speranza… vita. E piano piano è successo qualcosa di naturale: abbiamo iniziato a seguirlo anche noi, con le mani e con la voce, senza pensarci troppo. Nessuna forzatura, nessuna finzione, solo presenza vera. Poi abbiamo cantato insieme: “Jambo, jambo bwana! Habari gani? Mzuri sana! Wageni, mkaribishwe Kenya yetu, Hakuna matata.” E mentre le cantavamo quelle parole non erano più solo parole. “Jambo, jambo bwana” ciao, ciao signori. “Habari gani?” Come stai?. “Mzuri sana” Molto bene. “Wageni, mkaribishwe Kenya yetu” ospiti, siete benvenuti nel nostro Kenya. E “Hakuna matata” non era più una frase da canzone: era come un modo di respirare più leggero, come a dire che si può andare avanti lo stesso. In quel momento non stavamo solo cantando: stavamo condividendo qualcosa che non si spiega bene ma si sente. Era come se per qualche minuto non esistessero più distanze, né paesi, né differenze. Solo persone. Quando la musica è finita nessuno ha parlato subito. È rimasto il silenzio. Ma non quello vuoto: un silenzio pieno, vivo, in cui ognuna di noi era persa nei propri pensieri. Io, in quel silenzio, ho sentito una gratitudine fortissima, di quelle che non dici subito ma che ti cambiano dentro.

E ho capito una cosa molto semplice ma che mi è rimasta addosso: la felicità non è avere sempre di più, è accorgersi di quello che già abbiamo. E forse ancora di più ho capito che siamo molto più simili di quanto sembriamo. Tutte/i abbiamo bisogno delle stesse cose: amore, rispetto, sicurezza, qualcuno che ci veda davvero. Oggi la Terza C non ha solo ascoltato una storia. L’ha sentita. E, senza far rumore, qualcosa dentro di noi è cambiato davvero.

Ionela Cristiana Racheriu 3^ C